Storie di sport: Fabio Azzolini, un arciere sulla strada per Rio

“De Coubertin mi perdonerà, ma il mio motto è ‘l’importante è vincere, perché comunque ho partecipato’”. Fabio Azzolini, classe 1969 di Casalgrande, nel reggiano, pochi giorni fa in Germania ha vinto il suo primo bronzo ai Campionati mondiali di tiro con l’arco, ottenendo il pass per le Paralimpiadi di Rio 2016. Una medaglia che va ad aggiungersi alle tante vinte in Italia dal 2001 a questa parte (19 Campionati nazionali vinti), e che l’hanno già portato ai Giochi paralimpici di Pechino 2008 e Londra 2012. Azzolini, arciere della società Orione di Casalgrande, lo sport ce l’ha nel sangue: anche prima dell’incidente d’auto – in seguito al quale ha perso l’uso delle gambe per una lesione cervicale – andava in mountain bike e praticava le arti marziali. “Per me era un hobby, un modo per stare in compagnia e rilassarmi un po’. Oggi è un impegno pieno, un meraviglioso modo per riempiermi le giornate: sono un pensionato Inps, e tutto il mio tempo le dedico a quello. Basti pensare che mia moglie ha una società sportiva d’equitazione. Questo vuol dire che quando non sono impegnato con l’arco, la seguo nei suoi appuntamenti con i cavalli”.

Come è stato l’approccio con il tiro con l’arco?
“Dopo l’incidente ho fatto molta riabilitazione. Quando non mi sono più sentito un malato, ma semplicemente una persona seduta con molto tempo da occupare, ho deciso di tornare a fare sport. Sono di Casalgrande, e qui a tutti è data la possibilità di fare attività. Ho provato l’handbike, il basket, il tennis e anche il tiro con l’arco: sono molto curioso. Passavo sempre davanti a un campo con i bersagli e la mia città è una delle poche in Italia ad avere un arcieria: non potevo non cimentarmi. Così mi sono iscritto a un corso e mi sono reso conto che, tra tutte le discipline che avevo sperimentato, quella mi avrebbe potuto dare le soddisfazioni maggiori. Certo, se qualcuno mi avesse detto che dopo 10 anni sarei diventato un atleta olimpico, gli avrei riso in faccia. Quando ho cominciato a raggiungere buoni livelli, ho rallentato con le altre discipline più pericolose”.

Che cos’è lo sport per lei?
“Lo sport è sinonimo di star bene, è il desiderio di sentirsi mentalmente attivo. Quando ho avuto l’incidente avevo 24 anni: troppo presto per pensare di rifugiarsi in un bar a giocare a carte. E dallo sport ho ricominciato: tiene lontano dai vizi e dalla depressione, allontana i momenti di crisi”.

Come è stato l’approccio con il tiro con l’arco?
“In questa disciplina serve solo stare fermi. Non c’è limite d’età, chiunque la può fare: ci sono arcieri ciechi, ci sono tetraplegici, ce n’è uno americano, fortissimo, che tira con i piedi, essendo nato senza arti superiori. Cosa c’è di più bello? E poi è l’unica disciplina olimpica nella quale disabili e normodotati possono gareggiare insieme”.

Qual è la medaglia a cui è più affezionato?
“Tendenzialmente sono d’accordo con Enzo Ferrari quando diceva che la vittoria più bella è quella che deve ancora arrivare. Parlando di medaglie, penso però che la più bella sia quella che ho appena vinto in Germania. Ho collezionato una gran serie di quarti posti, e alla vigilia di questi Mondiali ho cercato di allontanare il più possibile l’idea che potesse andare ancora così. Ho fatto un gran lavoro mentale ed è andata bene. Questo bronzo, poi, ha un sapore speciale, perché l’ho dedicato a un amico che non c’è più ma che, attraverso di me, si era avvicinato al tiro con l’arco: c’è molto di lui nella mia vittoria”.

Rio 2016 sarà per lei la terza Paralimpiade. Che cosa rappresenta quella competizione?
“È la massima espressione sportiva, la competizione per eccellenza. A Pechino sono arrivato settimo, a Londra quinto. Se tanto mi da tanto… Quello che è certo è che io vado per il podio: sogno di sentire risuonare le note dell’inno di Mameli. Le Paralimpiadi sono un tunnel nel quale si riesce a dare qualcosa in più rispetto al solito. Essere in Nazionale, portare i colori della tua bandiera è meraviglioso. La mensa è il posto che amo di più: per 20 giorni, tutti i più forti atleti disabili pranzeranno con te. È un momento unico di confronto: già solo stando lì, ti senti più bravo e capace. E poi è divertente, ti senti appagato e ripagato di tutti gli sforzi”.

Che cosa le dà lo sport a livello personale?
“Non ci sono limiti, se non mentali, a quello che un atleta disabile può fare. Il massimo, per me, è sapere che attraverso i miei traguardi aiuto altre persone: in tanti mi dicono di avere conosciuto il tiro con l’arco grazie a me, e mi chiedono suggerimenti. Tante scuole e associazioni mi chiamano per raccontare la mia storia, magari ad adolescenti che hanno perso sogni e stimoli. Continuo anche ad andare all’ospedale dove ho fatto la riabilitazione per aiutare qualche ragazzino un po’ in difficoltà: suggerisco di provare tutti gli sport, e poi di sceglierne uno. E chissà, magari arriveranno grandi successi. Tutto questo non ha prezzo”.

Quanto si allena un atleta come lei?
“Ci si allena in funzione di un obiettivo. Quando non ce ne sono di imminenti, si insiste sui carichi, sulla ricerca dei materiali, sulla definizione. Magari nemmeno tutti i giorni della settimana, perché ogni tanto c’è bisogno di fuggire. Quando invece una gara si avvicina, ogni atleta valuta il suo sistema di allenamento: importante, allora, è concentrarsi sulla qualità, sulla preparazione atletica e su quella mentale. Si lavora tutti i giorni, intensamente. Un paio di settimane prima della gara si scoccano anche 150 frecce al giorno, e mano a mano si cala fino a 15/16: si cala il ritmo, magari si lavora mezz’ora ogni giorno. Io, poi, il giorno prima della gara non tocco l’arco”.

Come si è preparato per l’ultimo mondiale in Germania?
“La lesione cervicale mi dà problemi con la sudorazione e con il mantenimento della temperatura corporea. Se sto sotto al sole, sale fino a 40 gradi. Mi sento spossato, e tutto mi viene difficile: è stato così nel 2011 in gara a Bangkok, per esempio, dove non si resisteva e infatti non ho raggiunto buoni risultati. Quest’anno in Olanda con il fresco sono andato benissimo. Lo scorso luglio in Germania ha fatto molto caldo: mi svegliavo alle 4.30 per allenarmi fino alle 8.30, quando già c’era caldissimo. I sacrifici non sono stati solo miei, ma anche di mia moglie, ovviamente. Ma il bronzo mi ha ripagato di tutto. Alla fine, ne è valsa la pena”.

Come fa a coprire i costi di attrezzature e trasferte?
“È evidente che il tiro con l’arco sia uno sport povero: non passa in tv, se non qualche minuto ogni 4 anni. Diciamo che quando mi sposto con la Nazionale, la Federazione prova a venirci incontro. Per andare a Pechino e a Londra ho cercato qualche sponsor, che mi ha alleggerito un po’ almeno le spese di preparazione: ci riproverò in vista di Rio. Per il resto, è tutto a carico mio: investo moltissimi soldi. Un mio kit – arco, frecce e accessori – vale tra i 2500 e i 3mila euro. E vado in giro con due kit uguali, perché se qualcosa si rompe deve essere subito sostituito. I materiali moderni sono molto costosi, ma indispensabili per mantenere alto il livello. Perciò, cerco di non pensarci. Non faccio ferie, non ho domeniche libere né per gite né per matrimoni o feste: in fin dei conti, vado in pari con il bilancio di tante altre famiglie senza un arciere in famiglia”.