Storie di sport: Juliet Kaine e la canoa

Parte da lontano la storia della canoista Juliet Kaine e lontano vuole arrivare. Parte da Freetown, la capitale della Sierra Leone in cui è nata nel 1983. Passa dall’Italia, dove è giunta nel 1997 con l’associazione Papa Giovanni XXIII per curarsi da una tubercolosi ossea che l’ha resa paraplegica, e precisamente da Modena, che oramai è la sua città. Una storia che parla di sport e di integrazione, di affermazione di sé, di perseveranza e di ricerca continua di nuovi traguardi. Una storia che a bordo di una canoa punta dritto fino a Rio de Janeiro, dove Juliet Kaine vuole portare in alto i colori azzurri ai Giochi paralimpici. Sì, perché dallo scorso primo settembre l’atleta è diventata finalmente cittadina italiana. Un traguardo che vale come tante medaglie (e lei, in poco più di un anno dal debutto, ha conquistato 7 titoli italiani di velocità sulle distanze dei 200, 500 e 1000 metri e anche nella discesa fluviale) e che ha raggiunto grazie alle battaglie portate avanti insieme alla dirigenza e ai tecnici della Canottieri Mutina, la storica società di Campogalliano presso cui è tesserata. Con le sue vittorie Juliet Kaine è divenuta in pochissimo tempo un’atleta di punta della canoa, tanto che la Fick (la Federazione italiana canoa kayak) l’ha subito convocata ai raduni della Nazionale chiedendo per lei la “quota Coni”, una deroga assegnata agli atleti non italiani, ma di forte interesse federale. Senza la cittadinanza, però, non avrebbe potuto partecipare alle competizioni internazionali e cercare la qualificazione per le Paralimpiadi. Tappa fondamentale saranno i Campionati mondiali di paracanoa a Duisburg, in Germania, il prossimo maggio. È lì che Juliet Kaine proverà a staccare il pass per Rio. La storia continua.

Juliet Kaine, lei è arrivata in Italia a 13 anni. Ha iniziato subito a praticare sport?
“No, verso i 16-17 anni. Ho iniziato autonomamente giocando a pallacanestro in carrozzina nei parchi, poi ho trovato una squadra a Reggio Emilia, con cui ho partecipato ai campionati regionali. Mi ha spinto sia il piacere di giocare che la voglia di integrarmi ancora di più nella comunità modenese. Pratico anche il tennis, ma per adesso ho messo tutto da parte per portare avanti il mio sogno”.

Come è nata la passione per la canoa?
“È nata per caso: fino a poco tempo fa io non sapevo nulla della canoa! Caterina De Carolis e Patrizia Bacco, che sono la presidente e un tecnico della Mutina, mi hanno notata nel parco vicino alla piscina dove loro tengono alcuni allenamenti. Io mi muovo con una handbike: ci vogliono delle belle braccia per spingerla e loro hanno pensato che potessi avere delle potenzialità, così mi hanno proposto di provare”.

E come è stato il primo approccio?
“Di grande impatto, direi, come andare nello spazio. Non è facile per una persona disabile come me lasciare la carrozzina per salire su una canoa. Mettici poi che noi neri generalmente non abbiamo tanta confidenza con l’acqua e che io, in più, da bambina ho rischiato seriamente di annegare. Ma dopo le prime terrificanti cadute in acqua ho capito come tenere l’equilibrio e le cose sono andate sempre meglio”.

Qual è stata, per adesso, la più grande soddisfazione che le ha dato la canoa?
“A livello personale la canoa mi ha dato il coraggio per superare i nuovi ostacoli. A livello agonistico sono affezionata alla prima medaglia, un anno fa: era la prima gara, Patrizia, la mia allenatrice, continuava a ripetermi che era importante arrivare fino in fondo senza cadere e io, invece, sono addirittura salita sul podio!”.

È anche grazie alla canoa e alla Canottieri Mutina che è riuscita a ottenere la cittadinanza italiana, vero?
“Sì. Caterina e Patrizia hanno smosso mezza Italia, facendo molto di più loro che i servizi sociali, che mi seguono da sempre dal momento che sono disabile e senza una famiglia. Non capisco, però, perché abbia dovuto aspettare così tanto: sono in Italia da 18 anni, ho studiato qui, ho imparato una nuova cultura e mi fa rabbia vedere come per altri, invece, a partire dai calciatori, sia così facile diventare italiani. È stata una battaglia dura, ma nonostante tutto ce l’abbiamo fatta: una grande soddisfazione”.

Quanto si allena e quali sono i suoi prossimi impegni?
“Mi alleno 5-6 giorni a settimana, fino a 6 ore al giorno. E non solo in acqua sulla canoa, ma anche in palestra, in piscina, pure a casa. A febbraio e a marzo avrò i raduni della Nazionale e poi, a maggio, i Campionati mondiali a Duisborg, dove proverò a qualificarmi per le Paralimpiadi. Riuscirci significherebbe davvero tanto: non sono nata in Italia, ma portare il tricolore sarebbe una gioia enorme, non solo per me, ma anche per Caterina, Patrizia e per Gianni Anderlini, l’altro tecnico della Mutina che mi segue”.

Lo sport per lei è?
“Superare paure e limiti, spingersi sempre più avanti. Non è stato semplice in un anno aver raggiunto questi risultati: penso sia ammirevole, no?”.