Storie di sport: Massimo Croci e il tiro a segno

A volte, il passaggio dal prima al poi, da una vita all’altra, ha i tratti che non ti immagini. Nel caso di Massimo Croci – atleta paralimpico di Castelnuovo ne’ Monti, Reggio Emilia, dal 2011 sei volte campione italiano di tiro a segno nelle specialità R3 e R6, in tasca il pass per le prossime Paralimpiadi di Rio de Janeiro – quella “sliding door” è stata una lattina di bibita ghiacciata. “Il 26 maggio 2006 ho avuto una congestione mentre stavo guidando la moto dopo aver bevuto un’aranciata – ricorda –. Mi sono accorto che stavo per sentirmi male, ma non sono riuscito a fermarmi e sono caduto”. La conseguenza di quel volo è stata lo spostamento di un disco, che ha danneggiato il midollo e tagliato le terminazioni nervose con gli arti inferiori. In una parola: paraplegia. Ma è stato proprio nel percorso riabilitativo che Massimo Croci, oggi 43enne, tesserato per l’Atletico H di Bologna, ha abbracciato lo sport. Che all’inizio è stato il pretesto per confrontarsi con chi era nelle sue condizioni, poi è diventato agonismo, gioia e affermazione personale, a furia di far centro in giro per il mondo in bersagli poco più grandi della capocchia di uno spillo. “Per il colpo perfetto bisogna tenere al guinzaglio il battito del cuore”, dice.

Come e quando ha iniziato a praticare il tiro a segno?
“All’Ospedale di Montecatone ti fanno provare tutti gli sport per insegnarti a vivere senza l’uso delle gambe e a muoverti in carrozzina come su una Superbike. Il tiro a segno era uno di questi. Quando sono tornato a casa, i primi due mesi sono stati difficili: non volevo uscire, non sapevo come rapportarmi con gli altri, avevo vergogna. Poi con l’aiuto della mia compagna che mi ha spronato, ho deciso di fare tiro a segno. Io, d’altronde, ero portato per le armi e già prima dell’incidente andavo a caccia. L’allora Comitato provinciale del Cip mi ha indirizzato verso il poligono di Reggio Emilia, dove ho conosciuto altri ragazzi. Quello che è iniziato un po’ come un gioco, piano piano mi ha preso la mano e nel 2009 ho cominciato a gareggiare seriamente: prima competizioni regionali, poi nazionali, poi internazionali, ora l’opportunità per Rio”.

Quali sono le sue specialità?
“Sono la R3 e la R6 – R sta per “rifle”, carabina – a 10 metri e a 50 metri, posizione a terra. Io però sono sulla carrozzina, atleti con disabilità diverse dalla mia riescono invece a sdraiarsi. Rispetto a chi sta a terra, noi in carrozzina siamo svantaggiati: loro quando sparano sono immobili, noi dopo ogni colpo dobbiamo ritrovare la posizione. In più, i paraplegici come me hanno problemi nello scaldarsi e nel raffreddarsi: se fa freddo le gambe si contraggono e si muovono da sole e quando si spara è un bel casino; con il caldo, invece, tutta la sudorazione si concentra sul volto ed è devastante avere il sudore che ti scende a fiumi sugli occhi, credimi”.

Quanto è grande esattamente il bersaglio che dovete colpire?
“Nella R3 il centro del bersaglio è largo 4,5 millimetri, proprio come il pallino, nella R6 è di 5,6 millimetri, come la cartuccia. Spariamo a occhio nudo, senza utilizzare ottiche. In gara dobbiamo fare 60 colpi in 50 minuti. Il centro dà 10,9 punti, colpire il bersaglio in un raggio di mezzo centimetro dal centro dà invece 10 punti ed è un errore difficile da recuperare. Ad esempio, ad alti livelli in R3 si hanno medie vicine ai 106 punti ogni 10 tiri. Ogni colpo è quindi una finale, ogni gara sono 60 finali da un colpo. Ma basta non pensarci…”.

Sembra uno sport da Robocop. Che serve per fare centro?
“Anche se c’è un’arma in mano, il tiro a segno non è uno sport violento, anzi. È uno sport di elevata concentrazione e anche di fatica: io in finale raggiungo altissime pulsazioni al minuto, come un velocista. Nel tiro a segno bisogna saper conoscere se stessi e il proprio corpo, controllare lo stress, liberare la mente, essere un tutt’uno con la carabina e il bersaglio, eliminando ogni distrazione, l’ansia, le paure. Al contrario degli sport di movimento dove serve liberare le proprie energie, per noi è importante controllare ogni singolo respiro, aumentare l’ossigenazione e contenere le emozioni per tutto il tempo necessario a prendere la mira e tirare il colpo. Ma il bersaglio è come la sirena di Ulisse: più lo guardi, più ti incanta, facendoti distrarre e perdere la percezione del tempo. Invece devi fare un respiro, andare sul bersaglio, respirare un’altra volta, mirare ed entro 2-3 secondi al massimo sparare”.

Qual è stata la soddisfazione più grande che le ha dato per adesso lo sport?
“Il poter competere con i campioni olimpici. La prima gara all’estero l’ho fatta in Spagna nel 2011 e lo scorso marzo ad Hannover ho vinto la mia prima medaglia internazionale, un argento, arrivando a 4 decimi di punto dal primo e lasciando indietro di un punto il campione olimpico e mondiale in carica. Ma più che per la medaglia in sé, quello che mi ha dato soddisfazione è stato vedere i miglioramenti che ho avuto gara dopo gara e capire di poter fare qualcosa di importante oltre l’handicap”.

Già nel 2012 aveva ottenuto l’idoneità per Londra, ma poi la Federazione scelse diversamente e non andò. Ora, però, il posto per il Brasile non glielo toglie nessuno…
“Be’, speriamo sia davvero così! Ma serve ancora tanto lavoro per meritarmi questo sogno. Se tutto va come deve andare, a settembre sarà però dura: gli altri atleti hanno più esperienza di me e sono tutti agguerriti, io posso garantire il massimo impegno e di sicuro ci metterò il cuore. L’aver lottato e ottenuto l’accesso per Rio, che da quest’anno è solo diretto, e il poter competere con i migliori, sono per me già un grandissimo risultato, che mi fa dire: si può fare!”.

Quanto si allena un atleta del suo livello?
“Normalmente 4 volte alla settimana per una media di 3-4 ore ad allenamento. Entriamo in allenamento come se fossimo in gara, ma non stiamo sempre a sparare: alleniamo la posizione, lo scatto, la respirazione, simuliamo i colpi per capire come evitare gli errori. Da adesso ogni 15 giorni avrò i raduni tecnici, dove sarò seguito, tra gli altri, dal nostro allenatore Alberto Ardesi, cui devo molto di questo mio miglioramento, e dal tecnico Vittorio Gnesini, che da sempre mi supporta con grande disponibilità e competenza: li voglio ringraziare per quanto hanno fatto fino ad oggi e per quanto faranno in futuro. In vista delle Paralimpiadi i raduni si faranno sempre più impegnativi, così da permettermi di arrivare a Rio in perfetta forma: fisica, mentale e agonistica. Per allenarmi e per gareggiare devo però togliere tempo al lavoro e alla famiglia, che come me patisce le lunghe e le frequenti trasferte”.

Lo sport per lei è?
“Lo sport è vita. Dopo l’incidente il tiro a segno mi ha dato nuovi stimoli, la voglia di iniziare daccapo, di confrontarmi con gli altri, di alzarmi la mattina e di addormentarmi la notte, felice”.